Il blog di Giovanni Bertani

La settimana dopo la presentazione

E' passata una settimana dalla presentazione del libro alla libreria Diari di Bordo e sento che dovrei dire qualche cosa. Ho come avuto l'impressione che a qualcuno fosse passata per la testa l'idea che io sia un intellettuale per il semplice fatto di aver scritto un libro e che qualcuno si sia preso la pena di pubblicarlo. Non è così. Mio padre scriveva, ha scritto delle lettere a mia madre dalla Somalia che a leggerle ti viene voglia di buttare via la tua copia di Verdi Colline d'Africa. Mi ha fatto scoprire Salinger, Wilbur Smith, Foscolo e tanti altri, e mi ha regalato una macchina da scrivere a Natale. Avevo 14 anni, è morto due anni dopo. Non si è mai vantato di essere un intellettuale. Quanto al fatto che mi abbiano pubblicato, per dirla alla Henry Miller, è solo fortuna ("Max e i Fagociti Bianchi" ed. Einaudi, da leggere). Quanto al fatto dell'intellettuale, si potrebbe parlare per ore sul significato del termine. Quello che qui conta è che ho cominciato a capire l'importanza di leggere e di andare al cinema sul serio per amore e solo per amore. Anzi, per gelosia. Il mio primo serio rivale in amore è stato Henry Miller. Avevo 16 anni e avevo perso la testa per una di 21 che passava le sue giornate a leggere Tropico del Cancro, allora ne ho comperata una copia e ho iniziato con la speranza di avere argomenti di conversazione. Per il cinema è successa la stessa cosa. Mi piaceva questa qui che per farla contenta l'accompagnavo al cinema a vedere Tarkowski, Kubrick eccetera, e poi la passione è andata avanti da sola.
Se non sono un intellettuale, allora cosa è un libro per me? Un giorno un mio amico che ha assistito alla presentazione e grande appassionato di cinema mi ha portato il testo dell'intervista che Truffaut ha fatto a Hitchcock. Alla domanda "che cosa è per lei il cinema?", lui ha risposto "Il cinema è una fetta di torta". Quello che intendeva è che le sue opere non avevano pretese intellettuali di alcun genere ma avevano lo scopo di divertire, di emozionare. Molti anni dopo, Kubrick a proposito di 2001 Odissea nello Spazio ha detto più o meno la stessa cosa e cioè che voleva suscitare una semplice emozione visiva e che ognuno poteva sentirsi libero di interpretare la storia a suo piacimento.
Per quanto mi riguarda, il pensiero sul mio libro non è diverso. Mi sono divertito a scriverlo, spero di divertire chi lo legge. Fino a ora, per quello che ho sentito in giro, è proprio andata così. Sono soddisfatto e per ora mi basta.
Il prossimo, se mai ci sarà, forse sarà diverso, ma ho sempre intenzione di divertirmi scrivendo. Non credo nella sofferenza dell'artista, basta guardarsi intorno se si vuole vedere la sofferenza, inutile allungare il brodo.